La leggittimità delle società semplici di mero godimento

La leggittimità delle società semplici di mero godimento

Il Tribunale di Roma – ufficio del giudice del registro delle imprese, con decreto dell’11 novembre 2016 ha sancito la legittimità di una società semplice costituita ex novo avente come oggetto sociale il mero godimento, da parte dei soci, di beni immobili.

La problematica nasce dalla nota disposizione di cui all’art. 2248 c.c., che sottrae il mero godimento dei beni alla disciplina delle società.

Il Tribunale era stato adito per valutare la ricorrenza dei presupposti per disporre, ai sensi dell’art. 2191 c.c., la cancellazione dell’iscrizione di una società semplice di mero godimento di beni.

Ai fini della risoluzione del quesito posto dall’Ufficio del Registro delle Imprese, il giudice ha valutato se la società di mero godimento trovi cittadinanza nell’ordinamento italiano.

L’art. 2248 c.c. costituiva, infatti, il portato della scelta legislativa di utilizzare il termine “società” e di applicare la relativa disciplina soltanto per l’esercizio collettivo di una attività economica speculativa, commerciale o meno, con esclusione, appunto, del solo godimento collettivo.

In questa prospettiva, il criterio che, comunemente, si usava per distinguere la comunione dalla società aveva ad oggetto il diverso rapporto che intercorre fra i beni e l’attività, rapporto che, nelle due fattispecie, si invertirebbe: nella società i beni sono utilizzati strumentalmente per lo svolgimento di un’attività produttiva, nella comunione l’attività è funzionale alla conservazione del bene comune, al fine di assicurarne il godimento da parte dei comunisti.

Un simile approccio si rinveniva anche nella giurisprudenza la quale aveva avuto occasione di affermare che mentre la comunione a scopo di godimento postula una situazione giuridica di contitolarità (presupponendo, pertanto, la comproprietà del bene in capo a tutti coloro che vi partecipino) e si caratterizza per il fatto che oggetto del godimento, quale fine esclusivo della comunione, è il bene comune, nella società (che va istituita per contratto) rileva l’esercizio in comune di un’attività svolta a fine di lucro da parte di più soggetti, per l’esercizio della quale non è necessaria alcuna comunione di beni, che sono soltanto lo strumento attraverso il quale essa viene a realizzarsi e operare (Cass., 1 aprile 2004, n. 6361; Cass., 6 aprile 1982, n. 2104; Trib. Catania, 3 maggio 2005 il quale ha ritenuto l’inesistenza di una società di mero godimento, pur iscritta nel registro delle imprese, e la conseguente applicabilità ex tunc delle norme sulla comunione).

Tuttavia, una parte della giurisprudenza era giunta ad ammettere che una società potesse svolgere un’attività di mera gestione di immobili in base al rilievo che il contratto sociale può avere ad oggetto l’esercizio di una attività economica non commerciale (Trib. Roma, 30 aprile 1981; in senso parzialmente analogo, Trib. Milano, 29 gennaio 1987 secondo il quale non può essere dichiarata la nullità di una società commerciale il cui oggetto consiste nella comunione di godimento di un bene, perché la comunione di godimento di beni è perfettamente legittima, mentre la sua assunzione ad oggetto di una società commerciale pone in evidenza solo un vizio della causa contrattuale).

Nell’ambito di questo dibattito, è intervenuto il legislatore il quale ha offerto rilevanza alle società a scopo di godimento. In particolare, con norme a valenza transitoria (ma ripetute nel tempo) ed a finalità essenzialmente fiscali, il legislatore ha inteso agevolare la trasformazione di società formalmente commerciali in società semplici di mero godimento (art. 29 l. 27 dicembre 1997, n. 449; art. 3, comma 7, l. 28 dicembre 2001, n. 448; art 1, commi 111-117, della legge 27 dicembre 2006, n. 296; art. 1 comma 129, legge 24 dicembre 2007, n. 244). Recentemente, il legislatore è intervenuto nella medesima direzione (art. 1 comma 115 l. 28 dicembre 2015, n. 208).

Proprio sulla base di tale normativa, la giurisprudenza ha ritenuto omologabile la delibera di trasformazione di una società a responsabilità limitata in società semplice avente ad oggetto la “gestione” del proprio patrimonio immobiliare sulla base del disposto di cui all’art. 29 l. 27 dicembre 1997, n. 449 (App. Trieste, 23 dicembre 1999).

Una parte della dottrina, pur non negando l’esistenza di una inversione di tendenza volta al generale riconoscimento della compatibilità tra strumento societario e comunione di beni, ha evidenziato come la normativa fiscale citata, che ha finalità tipicamente antielusive, abbia natura speciale restando confinata settorialmente al diritto tributario e non possa essere considerata quale legittimazione della società di mero godimento.

Secondo tale tesi tradizionale, il mero godimento di beni di proprietà sociale non può nel vigente sistema di diritto societario trovare spazio all’interno dello schema di alcun tipo sociale; pertanto, nell’ipotesi di società avente quale oggetto sociale il mero godimento di beni, si doveva optare per la nullità della società per illiceità dell’oggetto sociale, ai sensi dell’art. 1418 c.c. (cfr, in tal senso, Trib. Varese, 31 marzo 2010; Trib. Mantova, 3 marzo 2008).

Ebbene, il giudice romano ha ritenuto che tali conclusioni necessitassero di un ripensamento.

Ha osservato il giudice che sussiste una anomalia, a livello sistematico, derivante dal fatto che il legislatore si è limitato a consentire trasformazioni “agevolate” di società di godimento in società semplici senza però incidere sulla lettera degli artt. 2247-2248 c.c., apparendo del tutto evidente l’aporia insita nell’ammettere l’iscrizione di una società semplice avente ad oggetto la mera gestione di beni derivante dalla trasformazione (e di durata non soggetta a limiti) e nel contempo negare la possibilità di costituirne di analoghe ex novo.

In questa prospettiva, l’adesione ad interpretazioni restrittive porrebbe inevitabili questioni di illegittimità costituzionale, in termini di disparità di trattamento ex art. 3 Cost..

Al contrario, la costante reiterazione dei provvedimenti normativi implica di necessità la considerazione che l’ordinamento è pervenuto ad uno stabile radicamento della fattispecie.

Quanto, poi, alle indicate discrasie tra “sistema” fiscale e “sistema” civilistico, non sembra potersi ammettere, a livello sistematico, un conflitto tra norma tributaria che consente e norma civilistica che esclude. Al contrario, una interpretazione autenticamente sistematica dell’ordinamento dovrebbe condurre ad unificare, in modo razionale, le discipline dettate in materia civilistica e fiscale. E, in questo ordine di concetti, è agevole osservare che, nella gerarchia delle fonti, la legge tributaria è equi ordinata ad ogni altra legge, essendo il regime della successione delle leggi nel tempo insensibile alla materia regolata.

La società semplice diviene, dunque, non solo il regime residuale di esercizio di attività economiche collettive non commerciali, ma anche un regime societario facoltativo, rispetto a quello della comunione, del godimento collettivo.

In definitiva, la catena nel tempo di norme fiscali che legittimano la società semplice di mero godimento importa l’ammissibilità, sotto il profilo civilistico, di tali società. E, come detto, una interpretazione sistematica deve condurre a considerare che ciò che è ammesso in sede di trasformazione deve esserlo anche in sede di costituzione ex novo della società.

È, dunque, legittima la costituzione di società semplici di mero godimento.

(sul tema si veda il Sole 24 Ore dello scorso 22 dicembre 2016, pagina 47)